Buone notizie per i lavoratori!

Si diffonde sempre più un nuovo modello organizzativo di impiego definito “smart working”, e con esso arrivano svariati benefici, per l’impiegato in primis ma anche per l’ambiente!

Si tratta del cosiddetto lavoro da remoto, ovvero la possibilità che un dipendente lavori da casa per le stesse ore e con le stesse mansioni, senza subire riduzioni di stipendio né doversi recare in ufficio.

Nel 2017 una legge, la numero 81 del 22 maggio, ha proprio regolato la materia di questo nuovo modello organizzativo, evidenziandone i diversi obiettivi:
– aumento della produttività;
– raggiungimento degli obiettivi;
– miglioramento della qualità della vita del lavoratore;
– riduzione dell’inquinamento;
– maggiore risparmio energetico;
– riduzione dell’assenteismo;

– riduzione dei costi per gli spazi fisici;
– riduzione dei livelli di anidride carbonica (214 milioni di tonnellate l’anno di CO2 in meno entro il 2030);
– minore necessità di effettuare smaltimento rifiuti.

Non solo: il testo chiarisce gli aspetti e le caratteristiche di quello che viene definito un accordo tra lavoratore e organizzazione all’interno del rapporto di lavoro subordinato. Diritti dello smart worker, diritto e metodo di controllo da parte del datore di lavoro, strumenti tecnologici e modalità con cui viene eseguita l’attività da remoto: nulla è stato lasciato al caso!

L’ultima novità di questa formula riguarda la riduzione della settimana lavorativa a 4 giorni, la 4-day work week. Lo smart worker non guadagna meno di un lavoratore che si reca in ufficio. Sebbene ci siano dei benefici relativi alla vita personale, chi lavora con lo smart working non fa meno di chi va in ufficio e, inoltre, permette all’azienda di risparmiare nei costi relativi alla sede e agli uffici.

Per lavoro flessibile, tuttavia, non si deve intendere soltanto il lavoro da casa, ma anche la possibilità di lavorare da un qualunque altro posto, grazie all’avanzamento tecnologico che ci ha permesso di essere sempre connessi anche a distanza, e di poter condividere dati. Occorre, però, che venga predisposta una normativa ad hoc per evitare che il lavoratore si possa trovare nella scomoda situazione di dover, e poter, essere disponibile 24 ore su 24. 

Ad oggi, comunque, la percentuale di aziende nel mondo che sceglie di attivare lo smart working è aumentata: Svezia, 51% dei lavoratori; Repubblica Ceca, 48% dei lavoratori; Slovacchia e Norvegia, 40% dei lavoratori; Germania, 34% dei lavoratori; Austria, 32% dei lavoratori; Inghilterra, 24% dei lavoratori; Italia, 12,6% dei lavoratori, ossia 408.000 (dati al dicembre del 2018).

Proprio per questa ragione aumenta di pari passo la consapevolezza che in queste aziende andrebbe data la precedenza alle domande delle lavoratrici mamme, nei tre anni che seguono il congedo di maternità, dei genitori – madri e padri – di figli con disabilità; andrebbe istituito un fondo di 100 milioni annui per conciliare famiglia e lavoro…

In generale, dunque, considerato il progressivo aumento di nuove forme e tipologie di lavoro, andrebbero rivisti, e integrati con nuovi punti, le policy aziendali e gli accordi collettivi.